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Grazia Donzella
Grazia Donzella
Sentire non è ascoltare: il valore della presenza nella relazione d'aiuto
Un’analisi del significato profondo dell’ascolto nella relazione d’aiuto e nel counseling: la differenza fondamentale tra sentire e ascoltare, l’importanza di superare la fretta di giudicare o trovare soluzioni e il valore della presenza autentica come spazio per permettere all’altro (e a se stessi) di ritrovarsi.

Viviamo in un tempo in cui siamo continuamente raggiunti dalle parole. Messaggi, notifiche, telefonate, conversazioni, richieste. Sentiamo molte voci durante la giornata, eppure non sempre ci sentiamo davvero ascoltati.

Perché sentire e ascoltare non sono la stessa cosa.

Sentire è qualcosa che accade: una voce arriva alle nostre orecchie, le parole vengono percepite e ne comprendiamo il significato.

Ascoltare invece richiede una scelta. Significa fermarsi. Essere presenti. Fare spazio all'altro senza preparare immediatamente una risposta senza cercare una soluzione e soprattutto senza avere fretta di interpretare ciò che sta raccontando

Quando ascoltiamo davvero?

Quante volte mentre qualcuno ci parla stiamo già pensando a cosa rispondere? Oppure cerchiamo nella nostra esperienza qualcosa di simile: "È successo anche a me..." "Dovresti fare così..." "Vedrai che passerà..."

Sono frasi spesso pronunciate con le migliori intenzioni. Eppure in quel momento potremmo smettere di ascoltare la persona che abbiamo davanti per iniziare ad ascoltare noi stessi.

L'ascolto autentico richiede qualcosa di diverso: la capacità di rimanere per un momento nel mondo dell'altro.

Non significa essere d'accordo con tutto ciò che dice. Non significa trovare immediatamente una soluzione. E non significa nemmeno avere sempre le parole giuste.

A volte ascoltare significa semplicemente esserci.

L'ascolto nella relazione di counseling

Nel counseling l'ascolto rappresenta uno degli strumenti fondamentali della relazione.

Il counselor non ascolta soltanto ciò che la persona racconta ma presta attenzione anche a come lo racconta. Alle parole che sceglie. Alle pause. Ai silenzi. Al tono della voce. Alle emozioni che emergono. Ai cambiamenti del corpo e dell'espressione.

Persino ciò che una persona fatica a dire può diventare parte dell'incontro.

Questo non significa interpretare ogni gesto o attribuire significati che appartengono al professionista. Significa piuttosto, restituire attenzione e curiosità a ciò che emerge permettendo alla persona di esplorarlo e riconoscerne il significato per sé.

È qui che l'ascolto diventa presenza

Essere ascoltati può cambiare il modo in cui ci ascoltiamo

C'è un aspetto dell'ascolto che considero particolarmente importante: quando una persona trova uno spazio nel quale può raccontarsi senza sentirsi immediatamente giudicata, corretta o interrotta, può iniziare ad ascoltare se stessa in maniera diversa.

A volte pronunciare ad alta voce qualcosa davanti a qualcuno che è realmente presente permette di accorgersi di emozioni, bisogni e pensieri che fino a quel momento erano rimasti confusi.

"Non avevo mai pensato a questa cosa in questo modo." "Adesso che lo dico mi rendo conto che..." "Non so perché, ma questa frase mi ha fatto emozionare."

Sono momenti preziosi. Non perché il counselor abbia fornito una risposta ma perché ha contribuito a creare uno spazio nel quale quella risposta può iniziare a emergere dalla persona stessa.

Ascoltare senza aggiustare

Forse una delle parti più difficili dell'ascolto è resistere alla tentazione di "aggiustare".

Quando qualcuno soffre viene spontaneo rassicurarlo, consigliarlo o cercare rapidamente una via d'uscita.

Ma non tutte le emozioni hanno bisogno di essere eliminate. A volte hanno bisogno di essere riconosciute.

Una persona triste non sempre ha bisogno di sentirsi dire di guardare il lato positivo. Una persona arrabbiata non sempre ha bisogno di essere calmata. Una persona confusa non sempre ha bisogno che qualcuno scelga al suo posto.

Può avere bisogno prima di tutto di trovare qualcuno capace di stare accanto a ciò che sta vivendo.

Ed è proprio in quello spazio che possono emergere nuove consapevolezze e nuove possibilità.

E noi sappiamo ascoltarci?

C'è infine un ascolto ancora più complesso: quello rivolto verso noi stessi.

Siamo capaci di accorgerci di ciò che proviamo prima di giudicarlo? Di riconoscere un bisogno senza considerarlo immediatamente sbagliato? Di fermarci quando il corpo ci comunica stanchezza? Di chiederci "che cosa sta succedendo dentro di me?" invece di pretendere subito di stare meglio?

Imparare ad ascoltare gli altri passa anche dalla capacità di sviluppare un ascolto più attento verso noi stessi.

Perché ascoltare non significa soltanto udire delle parole. Significa creare uno spazio. Uno spazio in cui l'altro possa sentirsi accolto, riconosciuto e libero di esplorarsi.

Penso che sia proprio questa una delle esperienze più profonde che possiamo offrire all'interno di una relazione d'aiuto: non dire all'altro chi dovrebbe essere ma offrirgli una presenza sufficientemente autentica perché possa ascoltare con maggiore chiarezza chi è e ciò di cui ha bisogno.

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Grazia Donzella
Grazia Donzella
Sentire non è ascoltare: il valore della presenza nella relazione d'aiuto

Un’analisi del significato profondo dell’ascolto nella relazione d’aiuto e nel counseling: la differenza fondamentale tra sentire e ascoltare, l’importanza di superare la fretta di giudicare o trovare soluzioni e il valore della presenza autentica come spazio per permettere all’altro (e a se stessi) di ritrovarsi.

Viviamo in un tempo in cui siamo continuamente raggiunti dalle parole. Messaggi, notifiche, telefonate, conversazioni, richieste. Sentiamo molte voci durante la giornata, eppure non sempre ci sentiamo davvero ascoltati.

Perché sentire e ascoltare non sono la stessa cosa.

Sentire è qualcosa che accade: una voce arriva alle nostre orecchie, le parole vengono percepite e ne comprendiamo il significato.

Ascoltare invece richiede una scelta. Significa fermarsi. Essere presenti. Fare spazio all'altro senza preparare immediatamente una risposta senza cercare una soluzione e soprattutto senza avere fretta di interpretare ciò che sta raccontando

Quando ascoltiamo davvero?

Quante volte mentre qualcuno ci parla stiamo già pensando a cosa rispondere? Oppure cerchiamo nella nostra esperienza qualcosa di simile: "È successo anche a me..." "Dovresti fare così..." "Vedrai che passerà..."

Sono frasi spesso pronunciate con le migliori intenzioni. Eppure in quel momento potremmo smettere di ascoltare la persona che abbiamo davanti per iniziare ad ascoltare noi stessi.

L'ascolto autentico richiede qualcosa di diverso: la capacità di rimanere per un momento nel mondo dell'altro.

Non significa essere d'accordo con tutto ciò che dice. Non significa trovare immediatamente una soluzione. E non significa nemmeno avere sempre le parole giuste.

A volte ascoltare significa semplicemente esserci.

L'ascolto nella relazione di counseling

Nel counseling l'ascolto rappresenta uno degli strumenti fondamentali della relazione.

Il counselor non ascolta soltanto ciò che la persona racconta ma presta attenzione anche a come lo racconta. Alle parole che sceglie. Alle pause. Ai silenzi. Al tono della voce. Alle emozioni che emergono. Ai cambiamenti del corpo e dell'espressione.

Persino ciò che una persona fatica a dire può diventare parte dell'incontro.

Questo non significa interpretare ogni gesto o attribuire significati che appartengono al professionista. Significa piuttosto, restituire attenzione e curiosità a ciò che emerge permettendo alla persona di esplorarlo e riconoscerne il significato per sé.

È qui che l'ascolto diventa presenza

Essere ascoltati può cambiare il modo in cui ci ascoltiamo

C'è un aspetto dell'ascolto che considero particolarmente importante: quando una persona trova uno spazio nel quale può raccontarsi senza sentirsi immediatamente giudicata, corretta o interrotta, può iniziare ad ascoltare se stessa in maniera diversa.

A volte pronunciare ad alta voce qualcosa davanti a qualcuno che è realmente presente permette di accorgersi di emozioni, bisogni e pensieri che fino a quel momento erano rimasti confusi.

"Non avevo mai pensato a questa cosa in questo modo." "Adesso che lo dico mi rendo conto che..." "Non so perché, ma questa frase mi ha fatto emozionare."

Sono momenti preziosi. Non perché il counselor abbia fornito una risposta ma perché ha contribuito a creare uno spazio nel quale quella risposta può iniziare a emergere dalla persona stessa.

Ascoltare senza aggiustare

Forse una delle parti più difficili dell'ascolto è resistere alla tentazione di "aggiustare".

Quando qualcuno soffre viene spontaneo rassicurarlo, consigliarlo o cercare rapidamente una via d'uscita.

Ma non tutte le emozioni hanno bisogno di essere eliminate. A volte hanno bisogno di essere riconosciute.

Una persona triste non sempre ha bisogno di sentirsi dire di guardare il lato positivo. Una persona arrabbiata non sempre ha bisogno di essere calmata. Una persona confusa non sempre ha bisogno che qualcuno scelga al suo posto.

Può avere bisogno prima di tutto di trovare qualcuno capace di stare accanto a ciò che sta vivendo.

Ed è proprio in quello spazio che possono emergere nuove consapevolezze e nuove possibilità.

E noi sappiamo ascoltarci?

C'è infine un ascolto ancora più complesso: quello rivolto verso noi stessi.

Siamo capaci di accorgerci di ciò che proviamo prima di giudicarlo? Di riconoscere un bisogno senza considerarlo immediatamente sbagliato? Di fermarci quando il corpo ci comunica stanchezza? Di chiederci "che cosa sta succedendo dentro di me?" invece di pretendere subito di stare meglio?

Imparare ad ascoltare gli altri passa anche dalla capacità di sviluppare un ascolto più attento verso noi stessi.

Perché ascoltare non significa soltanto udire delle parole. Significa creare uno spazio. Uno spazio in cui l'altro possa sentirsi accolto, riconosciuto e libero di esplorarsi.

Penso che sia proprio questa una delle esperienze più profonde che possiamo offrire all'interno di una relazione d'aiuto: non dire all'altro chi dovrebbe essere ma offrirgli una presenza sufficientemente autentica perché possa ascoltare con maggiore chiarezza chi è e ciò di cui ha bisogno.